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'Io ci sto!'... e tu?
Padre Arcangelo Maira tira le somme per il campo servizio giovani 2008
Pubblicato il 6 settembre 2008 alle 10:00

Centro Commerciale Leclerc

I missionari scalabriniani di Siponto, in collaborazione con la “Comunità sulla strada di Emmaus” e la cooperativa sociale “Arcobaleno” hanno organizzato nella prima e nell'ultima settimana di agosto due campi di servizio per giovani provenienti da varie parti d'Italia denominati “Io ci sto!”.

La città, pavimentata di asfalto, rigetta il calore accumulato lungo le giornate estive e invita molti a cercare refrigerio lungo le coste dell'Adriatico. Foggia sembra una città deserta, non ritroviamo più i bambini e i ragazzi; molti negozi e uffici hanno abbassato le loro saracinesche. Alcuni, costretti a restare, rimangono chiusi in casa consolati dall'impianto di aria condizionata, altri, hanno imparato a sopportare la calura e l'afa.

Per molti giovani l'estate significa vacanza al mare o in montagna, lavoro nelle località turistiche o campi scuola. Alcuni giovani, provenienti dal Veneto, da Roma, dalla Calabria, e dalla provincia di Foggia, hanno scelto di trascorrere una settimana nella Capitanata, partecipando ai campi di servizio “Io ci sto!” organizzati da padre Arcangelo, missionario scalabriniano, da don Vito, salesiano della comunità di Emmaus, e da Domenico La Marca, presidente della cooperativa sociale Arcobaleno.

I giovani si sono resi disponibili ad offrire il loro tempo, la loro creatività e la voglia di conoscere e incontrare altre persone, in una serie di servizi a favore dei più deboli ed emarginati della zona. Accolti calorosamente dalla comunità di Emmaus, a pochi chilometri da Foggia, ne hanno seguito, il più possibile, la struttura giornaliera che iniziava con la colazione già alle ore sette. Dopo un momento di preghiera e la presentazione partivano per i vari luoghi di servizio. Per alcuni il pranzo era sul “posto di lavoro” e per chi era nelle vicinanze nella comunità. Dopo un momento di riposo pomeridiano, si continuava fino a sera inoltrata. La giornata si concludeva con le ore piccole dopo un incontro di condivisione.

Un gruppetto di giovani ha lavorato, insieme ai membri della comunità di Emmaus, nella loro Fattoria Biodidattica, oppure nei vari settori di lavoro dove era richiesto un loro appoggio. Ci sono state varie occasioni per conoscersi e condividere le proprie esperienze di vita, specie con i tossicodipendenti che stanno facendo un percorso di recupero, e loro ne hanno da raccontare...

Un altro gruppo è stato attivo con i “Fratelli della Stazione” a Foggia nei loro servizi all'Help Center, “uno sportello che va incontro alle esigenze di chi versa in condizioni difficili se non inaccettabili: i migranti, i senza fissa dimora, le persone in fragilità sociale, in disperate condizioni economiche, che fanno della stazione un crocevia di tutte le povertà del nostro tempo”. La sera, nel piazzale della stazione, viene loro offerto latte caldo e biscotti, condito da una buona parola e da un momento di dialogo.

La recente costituzione del centro di accoglienza per lavoratori stagionali “A casa” ha offerto ai giovani la possibilità di promuoverlo e di vederne i primi passi e i primi frutti di tale prezioso servizio. Al mattino con un pulmino, andavano per le campagne cercando i raccoglitori di pomodori sia per presentare loro tale opportunità alloggiativa che i vari servizi a loro favore presenti nel territorio. I giovani hanno potuto constatare il duro lavoro dei raccoglitori di pomodori, spesso sottopagati, senza regolarizzazione né sicurezza; hanno anche conosciuto la dura reazione di molti caporali e proprietari terrieri, i quali con grida e parole offensive li hanno respinti.

Il Conventino di Foggia, un ex convento incamerato dallo Stato Italiano, è sede di un servizio di alloggio e mensa per i poveri della città di Foggia, gestito dalla Caritas. È un punto di riferimento per quanti, per un motivo o un altro, si trovano nel bisogno: circa 25 per la notte, 150 a pranzo e 250 a cena. I giovani hanno prestato il loro servizio. I momenti di dialogo con gli ospiti sono stati occasione per conoscere le loro storie e le situazioni attuali di vita.

L'incontro con i Medici Senza Frontiere ha dato l'opportunità ai giovani di conoscere questa organizzazione e di collaborare nel loro progetto di miglioramento igienico-sanitario dei luoghi dove vivono gli immigrati stagionali. Hanno scoperto, così, le condizioni di vita di centinaia di persone alloggiate in casolari abbandonati senza acqua potabile, ne elettricità, lontani dai vari servizi.

Li hanno visti al rientro dal lavoro, a piedi o accompagnati da vecchie auto che per miracolo ancora si muovono, stanchi, dopo una lunga giornata di lavoro per 25-35 euro, sporchi delle sostanze spruzzate sui pomodori, vivono con decine di compagni e non trovano il necessario per riprendersi dalle fatiche per affrontare il giorno seguente. Eppure, hanno la dignità di incontrare i giovani, raccontargli le loro avventure e situazioni, scambiare due parole amichevoli. “Vado ogni giorno da Manfredonia a Foggia, e non potevo minimamente immaginare che sulla strada parallela ci fosse un un angolo di Africa”, il commento di uno di loro. Questi giovani hanno aderito alla proposta del campo dicendo “io ci sto!”, io aderisco, io mi lascio coinvolgere, io non mi tiro indietro, io partecipo.

Nell'incontro personale e coinvolgente con tante e diverse persone nelle loro svariate situazioni si sono messi in discussione, confrontando la loro esperienza con i luoghi comuni e i pregiudizi presenti nelle loro realtà locali. Le paure o le perplessità nell'incontrare coloro che i massmedia e alcune tendenze politiche caratterizzano come fonte di insicurezza o violenti, hanno dato spazio alla meraviglia dell'incontro spontaneo, profondo e arricchente.

Molti di loro hanno affermato come la loro vita dopo questa esperienza cambierà: sono state messi in discussione lo stile di vita, basato spesso su cose futili a scapito di una sobrietà gioiosa e liberamente scelta; è stata stimolata la voglia di continuare o di iniziare un impegno maggiore nel presentare i migranti come persone e “non solo braccia”; è nato un nuovo elemento di confronto per una scelta di vita, di indirizzo di studio o di lavoro.

Una parola swahili ha accompagnato tutto il campo, "KARIBU", vale a dire benvenuto. Essa viene usata specialmente quando un amico entra nella propria casa, nella propria vita e gli si lascia lo spazio e la libertà di agire, di costruire la sua stessa vita. Possa il nostro paese, la nostra società, ciascuno di noi riuscire a dire Karibu agli immigrati, ai tossicodipendenti, agli emarginati, ai nuovi poveri... ad ogni persona.


Padre Arcangelo Maira
Missionario Scalabriniano
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