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Don Andrea, il prete cui dai del tu
Intervista ad Andrea Lauriola, il sipontino ordinato sacerdote lo scorso 28 giugno
Pubblicato il 14 luglio 2008 alle 10:50
di Luigi Starace



Lo scorso 28 giugno, in ricorrenza della festa dei SS. Pietro e Paolo, l’Arcivescovo Mons. Domenico D’Ambrosio ha ordinato presbitero il diacono manfredoniano  Andrea Lauriola. Abbiamo posto al nuovo don alcune domande.

Don Andrea, buon giorno. Come sta? Bene, grazie. Cominciamo col piede giusto: dammi del "tu"!


Va bene. Lei, pardon, tu hai ricevuto la “chiamata” da adulto. Una scelta, quella di diventare prete,  in controtendenza sociale. Mi riferisco soprattutto alle inclinazioni edonistiche spalmate ovunque nel nostro tessuto sociale. L’età adulta della vocazione non è certo una novità, anzi le statistiche dicono che una buona metà delle vocazioni non provengono dai seminari minori ma  riguardano bensì venticinquenni, trentenni e oltre. Vuoi raccontarci la tua di strada verso Damasco?
 L' ammetto, la mia scelta è abbastanza in controtendenza, anche rispetto ai miei desideri di adolescente. Da ragazzo, infatti, pur vivendo in una famiglia credente e vivendo in maniera più o meno coerente il mio essere cristiano, non covavo il benché minimo pensiero riguardo la scelta di diventare prete. Attorno all'età del diploma, insoddisfatto per il mio "cristianesimo mediocre" decido di dare una svolta alla mia vita iscrivendomi all'Università di Bologna. In questa bellissima città, grazie a due feconde esperienze, nel Movimento dei Focolari e in una parrocchia di periferia, scopro la bellezza di un Dio che è Amore, e che vuole la mia felicità. Così pian piano cerco di capire quali sono i Suoi progetti su di me. Scopro così che la mia strada è quella che passando per il seminario di Molfetta mi ha portato fin qui oggi.

Hai avuto modo di conoscere l'Italia come studente fuorisede. Un'esperienza che oggi con il parlare di federalismo culturale sarà preziosa. In molti momenti la religione ha unito i vari popoli italiani, pensi toccherà anche a te darti da fare qui nel sopito sperone garganico ? L'interesse di mantenere un pensiero comune, salvaguardando anche le ricchezze culturali locali, richiede un lavoro puntuale ed equilibrato. La mia missione non è quella di "cultural promoter",  c'è gente più preparata di me a far questo. Tuttavia sento in modo forte che il mio essere annunciatore del Vangelo significa aiutare l'uomo a realizzare se stesso in tutte le sue sfaccettature, spirituale, culturale, sociale, pertanto, nel mio piccolo farò quanto possibile perché la comunità che mi sarà affidata punti anche al proprio sviluppo culturale. 

La religione e il lavoro, o forse meglio, la fatica umana. C'è qualcosa dei primi cristiani in questo binomio, non trovi? Sicuramente. Lo stesso san Paolo sottolinea spesso nelle sue lettere la scelta di sostenersi lavorando per non essere di peso alle comunità che visita di volta in volta. Ma tutta la più genuina tradizione ecclesiale non ha mai dimenticato che vivere il Vangelo significa rimboccarsi le maniche. A partire dal benedettino "Ora et labora" fino ai più disparati servizi resi agli ultimi e ai bisognosi di ogni genere.     

 

Tu, è noto, ami la musica, sei un esperto di un certo genere musicale e riesci molto bene a comunicare la tua passione, rendendola occasione di scambio culturale ed emotivo. Le emozioni quindi non ti spaventano... Sono un ascoltatore dilettante, tutt'altro che un esperto! Ma ho imparato che la musica non è semplicemente in grado di veicolare emozioni, o di favorire la condivisione di alcuni momenti, ma è capace, come anche tu sottolinei, di sviluppare la crescita e lo scambio culturale, e permette, a certe condizioni, di sperimentare dimensioni molto profonde, che altri... chiamiamoli "hobby" moderni non possono nemmeno sollecitare lontanamente. Oserei dire che la musica può aiutare a coltivare la propria dimensione spirituale. Mi sembra ovvio, allora, che le emozioni non mi spaventano affatto, se non prendono il sopravvento su tutto il resto, ovviamente. Fanno parte dell'essere umano. Perchè fuggirle? Vanno però guidate dalla ragione e da una volontà capace di scegliere un obiettivo di fondo, per evitare di rimanere in balia di esse.  

 


Il paesaggio garganico ti aiuta nei ritiri o nei momenti di riflessione intima?  Sì, senz'altro. Ti racconto un episodio avvenuto di recente per rendere l'idea. Pochi giorni prima di diventare prete, nei momenti in cui la preghiera si fa più intensa, ho deciso di pregare dalla terrazza del seminario dove ora risiedo, nel centro di Manfredonia. Con l'aria, non ancora eccessivamente calda, delle prime ore di un mattino di giugno, con il mare da un lato e dall'altro lato quello strano "elefante addormentato" come mi appare il Gargano, con le rondini che volteggiavano molto vicino, la mia preghiera ha assunto un sapore tutto particolare. Quel giorno aveva un senso tangibile questo versetto del profeta Daniele: "Benedite il Signore, opere tutte del Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli!"   


Ecco il Gargano è da millenni una terra in cui il mistero è accolto e i mistici-lavoratori, penso a S.Camillo de Lellis che sulla strada per S.Giovanni Rotondo ricevette l'illuminazione, a S.Pio e infine, senza offendere nessuno, penso al bue di fatica, non di cerimonia,  a cui apparse l'Arcangelo Michele.  I santi qui diventano di casa e vengono venerati per secoli e millenni solo se si sporcano anche le mani. Cosa ne pensi tu ? Penso subito a don Tonino Bello, un altro pugliese "mistico con le mani sporche di lavoro", che ha coniato un termine che rende bene l'idea. Il cristiano deve essere "contempl-attivo". Una contemplazione che non si traduca in azione, che non si concretizzi in una vita donata rimane sterile, è come un proiettile caricato a salve. Con questo non intendo denigrare la vita monastica, che invece va vista come dito puntato verso realtà che spesso sfuggono allo sguardo distratto dell'uomo di oggi, e come mistica che si traduce nell'azione di una preghiera sofferta a favore di tante persone che non sanno più pregare. Resta il fatto che la nostra terra, fatta di gente molto concreta, ha saputo apprezzare ed imparare soprattutto dai "buoi di fatica" che dai cavalli da parata.  


Purtroppo ciò che manca a Manfredonia è il pensiero che si concretizza. 

Già, è un virus tutto nostro. Va però sottolineato che i sipontini sanno stupire anche in questo senso. Per esempio, alle manifestazioni carnevalesche o ad alcune iniziative ecclesiali i giovani sanno come darsi da fare. Forse il problema riguarda più la gestione del proprio rapporto con il mondo del lavoro, che sembra sempre più distante, più alieno e alienante. Probabilmente è su questo aspetto che bisogna agire. Da un punto di vista istituzionale puntare ad un riavvicinamento alla persona e contemporaneamente lavorare per una maggiore consapevolezza delle proprie forze. Ma questi sono solo schizzi, idee tutte da pensare e sviluppare....ossia concretizzare! 


Ascoltando le varie omelie domenicali ci si accorge che certi temi, forse meglio dire problemi non vengono toccati. Al di là di augurarci di ascoltare delle omelie sociali più vicine all'oggi, vorrei chiederti, a due settimane di sacerdozio compiute, se è davvero cosi difficile e impegnativo essere sacerdote, o se lo diventa col tempo, come per ogni attività umana di responsabilità.

Ecco la parola chiave: responsabilità. La consapevolezza dell'impegno che andavo ad assumere l’ho acquisita nell'imminenza della mia ordinazione. Sento che una grande ricchezza è fra le mie mani e che sono chiamato a metterla a disposizione di ogni persona che mi passa accanto. Al tempo stesso ogni persona che incontro è un grande tesoro da presentare a Dio affinché Lui lo valorizzi fino in fondo.

 

 

 

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