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La Società Segreta di Manfredonia - 2
Dalle parole all’azione: i moti carbonari del 1820
Pubblicato il 9 maggio 2008 alle 09:43
di Antonio Universi

Centro Commerciale Leclerc

Le adunanze segrete che si tengono a Santa Restituta avvengono col favore delle tenebre, e per questo Don Berlingero de Nicastro “a comodità dei settari fornì le stanze di dodici letti”.

 

Ma chi sono i carbonari di Manfredonia e di cosa si discute nelle riunioni segrete?

 

Sono, tra gli altri, nobili, avvocati, militari, i massimi rappresentati delle istituzioni comunali, giudici, impiegati, architetti, funzionari delle poste e della dogana.

 

Nelle riunioni si discute della situazione di Manfredonia, afflitta da malaria e da frequenti epidemie, ma soprattutto della grave crisi economica del Tavoliere, provocata dalle contro-riforme volute da Re Ferdinando I.

 

Nel 1817 i tempi sembrano ormai maturi: la disastrosa legge borbonica, la carestia e le epidemie portano ad un primo tentativo di sollevazione, per costringere il Re a concedere la costituzione.

 

E così la ‘Suprema Magistratura della Daunia’, organo provinciale della Carboneria, in simultanea con le altre ‘Vendite’ del Regno, decide di passare all’azione.

 

La mattina del 21 dicembre 1817 a Manfredonia non è una giornata come le altre:

Si vedeva la gente fermarsi per la strada, con aria preoccupata, scambiarsi alcune parole, guardarsi negli occhi, come per scorgerne l’impressione, raccontarne il segreto e allontanarsi frettolosamente.

Gli uni si affrettavano a tornare a casa, per raccontare segretamente ai parenti o a qualche amico quello che avevano visto e sentito; gli altri si dirigevano verso la piazza, spinti da viva curiosità di vedere coi propri occhi; ma non senza una prudente circospezione, propria di una persona che fiuta nell’aria qualcosa di insolito e di pauroso”.

 

In piazza San Domenico, sulla porta del Municipio c’è un manifesto che recita:

 

PROCLAMA! Da tutti gli angoli del Regno sono state indirizzate a S.M. delle domande ragionate per una costituzione liberale che assicuri a un tempo il Re sul trono e la felicità della Nazione. Quando S.M. non è pieghevole a questo giusto invito, è autorizzato ed invitato ciascuno a sostenere i suoi diritti, cominciando dal sospendere ogni contribuzione, perché non dovuta ad un governo che non riconosce i diritti della Nazione e continuando fino allo spargimento del sangue.

GUAI A CHI ARDISCE RIMUOVERE IL PRESENTE. Dopo letto, considerate bene”.

 

Nessuno osa rimuovere il manifesto, neanche le guardie civili.

 

Il cartello viene rimosso, con comodo, dal giudice Nicola Caccavella e dal sindaco di Manfredonia, Giuseppe Montoliva, che si presentano accompagnati da quattro soldati e un ufficiale.

I due, probabilmente, se la ridono sotto i baffi dal momento che anche loro sono “Carbonari, frequentatori del casino di Santa Restituta e intimi amici del Giordani”.

I due “effervescenti” carbonari, infatti, fanno rapporto alle autorità competenti, minimizzando l’accaduto come “opera di qualche forestiero penetrato durante la notte” a Manfredonia.

Non solo: giustificano l’eventuale ‘sciopero fiscale’ non come volontà di disobbedienza al Re, ma come necessità dovuta all’indigenza.

 

La macchina della società segreta funziona in modo perfetto, e ogni comunicazione o delazione non riesce a passare le mura di Manfredonia, dal momento che il carbonaro Giuseppe Palatella, direttore delle Poste, “involò tutte le lettere dirette alle autorità, in modo da non far giungere alcuna notizia a pro dello Stato, intorno ai settari”.

 

I carbonari di Capitanata stringono rapporti con quelli delle altre province, e l’attività dei ‘settari’ si intensifica a Santa Restituta: “vi si tenevano adunanze serotine e si sbrigava la corrispondenza segreta”.

 

Ma l’attività dei carbonari sipontini non passa del tutto inosservata agli occhi di un’altra ‘setta segreta’, quella dei Calderai, che prendono nota di tutto per presentare, al momento opportuno, il conto.

 

Intanto, la strada battuta dalla Carboneria sembra definitivamente spianata quando, nel 1818, il generale Guglielmo Pepe, un carbonaro, viene nominato a capo dell’Esercito Borbonico.

 

I moti carbonari iniziano nei giorni 1 e 2 luglio del 1820 con l’appoggio dell’esercito, e quando la rivoluzione (o rivolta) inizia, il Re si trova fuori Napoli.

 

Anche il Giordani rompe gli indugi: alla testa di tutti gli affiliati della ‘Virtù Premiata’ e delle autorità di Manfredonia, il 3 luglio pianta senza ostacoli il tricolore della Carboneria (rosso, nero e celeste) in Piazza San Domenico, e proclama la Costituzione sul modello di quella Spagnola.

 

…continua…

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