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S. Lorenzo Maiorano:il vescovo, il patrono, il santo - 4
La Vita Laurentii e l’Apparitio
Pubblicato il 15 maggio 2008 alle 11:23



S. Lorenzo Maiorano:il vescovo, il patrono, il santo - 3



Un’altra interessante pista d’indagine si rivelata quella dei rapporti tra la Vita Laurentii e l’Apparitio: le due recensioni infatti riflettono in maniera differente l’Apparitio.

L’Apparitio, operetta anonima, costituita da tre episodi, priva di riferimenti precisi ed espliciti ad eventi o a personaggi storici, fu composta in ambiente longobardo verso la fine dell’VIII secolo.

Tralasciando il primo episodio, quello del toro, perché non interessa in maniera specifica il nostro discorso, ci soffermiamo sugli altri due, quello della battaglia e quello della consacrazione della basilica perché inseriti nella Vita Laurentii.

a) Vita minor / Apparitio
Il secondo episodio dell’Apparitio fa riferimento alla guerra che i Napoletani portarono a Beneventani e Sipontini. Su invito di un anonimo vescovo, i Sipontini indicono un digiuno di tre giorni per implorare la protezione dell’Arcangelo il quale, apparendo al vescovo, promette la vittoria.

L’episodio riflette l’attacco che nel 650 i Bizantini portarono al Santuario e l’aiuto che il longobardo Grimoaldo I, duca di Benevento, prestò ai Sipontini in difesa del Santuario.

L’episodio presenta quindi Sipontini e  Longobardi di Benevento alleati tra loro contro i Napoletani. Anche se nell’Apparitio non c’è traccia esplicita dei Bizantini, è indubbio che questi sono rappresentati dai Napoletani; l’autore longobardo dell’Apparitio individua nei Napoletani, polemicamente definiti pagani e demoniaco redacti spiritu, i nemici per antonomasia dei Longobardi; questi ultimi infatti non erano mai riusciti a conquistare Napoli, baluardo bizantino dell’Italia meridionale. L’Apparitio, cioè, redatta in ambiente longobardo ne rifletterebbe l’antibizantinismo.

La Vita minor invece, sembra porsi in una prospettiva diametralmente opposta. Nel presentare lo stesso episodio, vi introduce rispetto all’Apparitio, due significative differenze:l’anonimo vescovo cui appare Michele è Lorenzo, il parente dell’imperatore d’oriente; e il quadro dei contendenti nella battaglia è sostanzialmente mutato: non più Napoletani contro Beneventani e Sipontini, ma solamente Napoletani contro Sipontini senza più alcuna traccia dei Longobardi di Benevento; inoltre non c’è più alcuna connotazione religiosa polemica contro i Napoletani.

Epurando il testo da ogni riferimento ai Longobardi, l’autore cancella almeno tre secoli di storia che avevano visto l’aggregazione tra la diocesi beneventana e quella sipontina. L’autore infatti, a distanza di oltre due secoli dall’epoca di composizione dell’Apparitio, non riesce forse a cogliere l’identificazione tra Napoletani e Bizantini, operata dall’Apparitio, né l’accezione fortemente polemica del termine pagani riferito ai Napoletani. Tale accezione, pur essendo antistorica nell’VIII secolo, rifletteva la politica religiosa dei Longobardi di Benevento, i quali, in quel periodo si ritenevano ormai integrati nell’ortodossia cattolica e potevano sentirsi autorizzati a definire pagani i loro avversari.

Agli inizi dell’XI secolo, invece, epoca di composizione della Minor, è terminata la fase di conflittualità permanente che aveva caratterizzato i rapporti tra Longobardi Beneventani e Napoletani, e storicamente non ha più senso polemizzare, sul piano religioso, in quei termini.

Il rapporto Vita minor/Apparitio è fondato esclusivamente sull’episodio della battaglia: si tratta, a nostro avviso, di una scelta non casuale, anzi profondamente motivata. L’Apparitio, infatti, è un’operetta incentrata in gran parte sulla chiesa micaelica della quale vengono descritti minuziosamente anche le vie di accesso e gli ambienti interni: l’episodio della battaglia è l’unico episodio dell’Apparitio che può consentire al bizantino autore della Vita minor di sancire un rapporto di protezione preferenziale tra Michele e Siponto, tramite Lorenzo, evitando ogni allusione al Santuario nazionale dei Longobardi.

Viene infatti esaltata la virtus di Lorenzo il quale, «angelicae sine mora visioni oboediens, supernorum se civium socium evidentissime declaravit…» (= obbedendo senza indugio alla visione angelica, si dichiarò compagno dei cittadini dell’ “alto”). L’espressione superni cives è da intendere, come riferita agli angeli e non agli abitanti del Monte, perché, direttamente collegata all’angelica visio che precede, vuole sottolineare lo stretto legame tra Lorenzo e i «cittadini del cielo». Infatti l’autore precisa subito dopo che, in occasione dello scontro con i Napoletani, Lorenzo victoriam de caelo adeptus est. L’agiografo trasferisce alla chiesa Sipontina e al suo vescovo quella protezione accordata da Michele per secoli al Santuario, creando un nuovo rapporto, ‘tutto sipontino’, fra tradizione micaelica e tradizione lorenziana.

Questo ‘nuovo’ rapporto è fondato dall’autore della Minor sull’autorevole tradizione delle Scritture. Lo dimostra una significativa espressione «Veteres revolvamus historias et facta Beati Laurentii antiquorum operibus comparemus» (= Riprendiamo le antiche storie e confrontiamo le vicende del beato Lorenzo con le opere degli antichi) che introduce la comparazione tra Daniele e Lorenzo. Le veteres historiae sono quindi le Scritture e gli antiqui i personaggi dell’Antico Testamento.

Anche la caratterizzazione dell’Angelo viene fondata dall’autore della Minor sulla tradizione scritturistica: facendo ricorso a Daniele 10,21 Michele viene definito Angelorum princeps; è invocato come adiutor, fortissimus pugnator contro Satana, e , sulla base di Apocalisse 12,7-9, Michele viene ricordato come colui che aveva cacciato dal cielo gli angeli ribelli.

b) Vita maior/ Apparitio
Nella Vita maior invece, sono menzionate due apparizioni dell’Arcangelo, con riferimento preciso a due differenti episodi dell’Apparitio: oltre a quello della battaglia – così come nella Minor – è riportato l’episodio di Michele che proibisce la consacrazione della sua chiesa ad opera dell’uomo, ribadisce di esserne il patrono avendola fondata e consacrata, ed invita il vescovo e il popolo dei fedeli a frequentarla come luogo di culto: si tratta come abbiamo già visto, di un episodio mutuato direttamente dall’Apparitio e del tutto estraneo alla narratio. Perché allora questo inserimento nella Maior? Perché il suo autore per motivazioni esattamente opposte a quelle della Minor, intende richiamare l’attenzione sul Santuario garganico ‘protagonista’ fondamentale del culto e della tradizione micaelica.

Il Santuario, che durante la dominazione longobarda era diventato il più importante luogo di culto micaelico dell’Occidente, continuò ad essere meta di pellegrinaggi cui non si sottrassero neanche papi ed imperatori. Esso, nella prima travagliata metà dell’XI secolo, tra il disfacimento dei principati longobardi e del dominio bizantino e l’affermarsi della potenza normanna, assunse un valore quasi emblematico, fino ad apparire il luogo più idoneo per ricevervi l’investitura del potere sull’Italia meridionale. I Normanni, avendo compreso tutto questo, ebbero la massima attenzione per il Santuario. Non va dimenticato infatti che anche i Normanni avevano fatto propria la venerazione per Michele nella loro patria da tre secoli.

(Ecco il testo….)
“…Disponendo poi di terminare la magnifica costruzione già cominciata della chiesa dei martiri predicatori vicino al predetto litorale del golfo adriatico con una costruzione alquanto bella ed elegante; e ordinando di costruire un’altra in onore del beato Giovanni Battista vicino la chiesa madre della stessa città: mandò a chiedere con una sua sacra lettera al predetto imperatore, prendendo ardire non poco dal legame di sangue con cui era stretto a sé, che si degnasse di inviargli artisti molto esperti, i quali potessero essere riconosciuti da tutti per l’abilità nell’arte del costruire. L’imperatore invero ricevendo con gioia la lettera del sant’uomo , ebbe cura tanto devotamente quanto volentieri di mandare al santo di Dio espertissimi artisti in quell’arte che portarono con sé centocinquanta libbre d’oro purissimo , che lo stesso imperatore mandò molto devotamente per eseguire  e portare a termine con un mirabile lavoro l’ opera intrapresa e stabilita delle predette chiese. Sapendo che è scritto; poiché colui che costruisce in terra la casa del Signore prepara per sé la mansione celeste. Tornando poi i messaggeri del santissimo uomo con gli artisti e trasferiti dall’imperatore per un devoto dono, presto terminò il lavoro intrapreso della basilica dei martiri sopraccitati con un lavoro meraviglioso e incominciando un’ altra che ordinò, di una straordinaria bellezza e degna di ammirazione, di piccole pietre vitree, dai colori variopinti, ricoperte da fulvo oro, di ispirazione mausolea, desiderò costruirla e terminarla vicino la ricordata chiesa del suo episcopato in onore del beato Giovanni Battista.

In quello stesso periodo avvenne sul monte Gargano quella famosissima apparizione dello Arcangelo Michele e divulgata poi in ogni parte del mondo. E lo stesso Arcangelo Michele narrò al beato Lorenzo attraverso un’apparizione che cosa si dovesse fare, proibendo che la sua chiesa venisse consacrata da mano umana, poiché disse:”Io stesso che l’ho fondata, l’ho anche consacrata. Tu in realtà entraci con il popolo che confida in te, e poiché io sono là come protettore, onora il luogo con preghiere”. In questa circostanza rifulse fortemente la saggezza del beato Lorenzo e mostrò apertamente che quell’altura possedesse quella somma virtù. E infatti affidandosi totalmente a Dio, non osò fare temerariamente niente per sé, e obbedendo senza indugio all’angelica visione, si proclamò molto apertamente amico dei cittadini di quel luogo.

E poiché i Napoletani sfidarono i suoi cittadini con una violenta battaglia: l’uomo di Dio Lorenzo confidando che la virtù della guerra consistesse non nella moltitudine dell’ esercito ma nella virtù di Dio, senza che i cavalli e le armi gli garantissero l’ aiuto: digiunando con il popolo vicino a sé per tre giorni, ottenne la vittoria dal cielo. Infatti lo stesso Michele principe degli angeli apparendo al vescovo Lorenzo, promise la vittoria ai Sipontini, e che egli stesso avrebbe combattuto in loro favore.

Ripercorriamo le antiche storie e confrontiamo le azioni del beato Lorenzo con le opere degli antichi. Un tempo Daniele, quel famoso uomo dei desideri, fatto un digiuno di tre settimane, durante le quali si era gettato al cospetto del Signore, vide esaudite le preghiere che faceva per il suo popolo. Lorenzo fece un digiuno di tre giorni, e sentì di aver ottenuto dal Signore la salvezza del suo popolo. Il suo popolo con la preghiera di Daniele è assicurato che risulterebbe libero dalla servitù dei nemici. Con le preghiere di Lorenzo, messi in fuga i nemici, si annunzia che il suo popolo schiaccerà le teste dei nemici. Si narra che i principi dei Greci siano venuti in aiuto a Daniele contro il principe dei Persiani affinché il popolo fosse liberato più facilmente. A Lorenzo non è assegnata nessuna virtù straniera contro il principe dei nemici. Gabriele allieta Daniele dicendo che Michele è il suo aiutante capo. Lo stesso Michele conforta Lorenzo e promette la vittoria sui nemici con il suo aiuto in battaglia. Così sempre così felicemente prega il Signore o Lorenzo per il popolo affidato a te, e come hai avuto cura del popolo sipontino in quel tempo mentre eri presente nella carne, così ora anche di più essendo presente col Signore, degnati di ricordarti di noi. Se infatti con una fede incostante, quando nel corpo eri lontano dal Signore, Egli ti esaudì dalla sua santa e celeste dimora; quanto più ora, col Signore che è presente, speriamo che otterrai tutto ciò che avrai chiesto.Ottieni dunque che sempre i presidi degli angeli proteggano la tua città, che sempre le celesti virtù custodiscano il luogo della tua dimora; ti sentano presente i tuoi cittadini! Ti conoscano potente i tuoi nemici! Attraverso le tue preghiere ci meritiamo di avere Michele come aiutante, anche contro l’ antico serpente che è Satana, fortissimo combattente, come per mezzo di Michele fu scaraventato giù dal cielo con i suoi angeli, così sia tenuto lontano dalla mente e dal nostro corpo con tutte le sue insidie. Dopo la vittoria ottenuta veramente dal cielo, il confessore di Cristo Lorenzo sapendo che più velocemente verrà colmato nella povertà, volendo accrescere nella sua terra il culto religioso, affinché fosse riempita di quel pane celeste che discende dal cielo; desiderò costruire parecchie chiese oltre a quelle che aveva costruito, dentro la città e fuori in onore e lode di santi differenti. Tra quelle dedicò una in città di straordinaria bellezza i onore di Giovanni Battista, e in quella costruì un lavacro del sacro Battesimo con colori di marmi differenti e molto brillanti, sorretto da colonna di porfido. In quella ebbe cura che venissero dipinte le chiese, che erano state poste sotto l’ autorità della Chiesa sipontina, come si può vedere lì fino ad oggi: e al centro di quelle rappresentò quella sipontina unita a quella del Gargano. E poiché i chierici lì presenti meravigliandosi chiesero con premura perché aveva ordinato che venissero riprodotte quelle chiese con tanta abilità: rispose sospirando profondamente:”Non considerate superstiziosa quest’opera: né pensate che io appezzi fino a un certo punto la vanagloria; io che desidero lasciare al Signore con la purezza d’ animo che posso. Sappiate o figli che tutta l’ Italia deve essere di nuovo devastata dai barbari e da popoli crudeli; già vedo le città desolate senza abitanti, le chiese distrutte, incendiate le case di Dio, i sacerdoti trucidati: vedo da lontano tutto ciò che piaccia ai vincitori contro i vinti. Ma disponendo così la misericordia di Dio, vi annuncio attraverso questo dipinto che vedete, la futura ricostruzione di quest’episcopato”. Risposto ciò, coloro che erano lì presenti, dolendosi, diventarono anche  lieti: dolendosi senza dubbio nell’ avversità che avevano udito come prossima; rallegrandosi però, perché dopo le difficoltà il Signore aveva rivelato al vescovo una consolazione e che la sua Chiesa doveva essere ricostruita. Il beato Lorenzo visse poi nel suo episcopato fino al tempo di Giustiniano e di Giustino, cristianissimo principe: nel cui periodo si accese di nuovo la rabbia dei Goti per invadere tutta l’ Italia. Infatti nello stesso periodo si elessero come re Badiula, che era chiamato Totila. Ed egli radunato velocemente da ogni parte un esercito di Goti, infuriava sfrenatamente per tutti i territori d’Italia. E quando invece devastò tutto, i territori della Campania e della Puglia, con stragi, saccheggi, incendi e distruzioni, non ebbe il benché minimo pensiero di conoscere i servi di Dio e gli uomini religiosi di cui aveva udito la fama e di metterli alla prova con astuti mezzi…”.


Luigi Carbone


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