| | Project Financing e Piscina Insieme di norme emanate con l'intento di favorire la partecipazione privata nella realizzazione di grandi infrastrutture, ma che sempre più spesso viene impropriamente utilizzato.  Questo articolo è stato inviato da un nostro lettore che ha voluto conservare l'anonimato.
Project Financing: apriti Sesamo, la lampada di Aladino tra le mani, basta sfregarla e il sogno si avvera: la piscina comunale è già una realtà. "Cittadini giù le braghe su il costume, il nuoto fa bene, già sento odor di Rosolino!".
Ma che è 'sto project financing che su e giù nei comuni della Penisola infiamma consigli comunali e amministrazioni di ogni colore e indirizzo ideologico? Per essere brevi lo si può definire come un insieme di norme che regolano la collaborazione tra ente pubblico e privato nella realizzazione di opere e infrastrutture i cui costi possano essere successivamente ammortizzati attraverso la gestione. Un esempio potrebbe essere la costruzione di un'autostrada o di un porto, di un acquedotto.
Leggendo il testo infatti si capisce subito che il legislatore aveva in mente grandi opere con investimenti cospicui. Cosa dice infatti questa legge. Dice che l'ente pubblico partecipa alle spese di realizzazione con un massimo del 50%, al netto degli oneri di progettazione e fiscali (quindi si riduce più o meno al 40%) e che la successiva gestione del servizio può essere affidata per un massimo di 30 anni. Se si tratta di investire mille miliardi (lire)è evidente che riceverne 400 di contributo pubblico fa la differenza. Ma se uno ne deve spendere 5 per una piscina, avendone già 3, non dovrà fare eccessivi sforzi per trovarne altri 2 e tenersi l'impianto di proprietà, senza doverlo poi cedere al comune.
I ricchi scemi del resto non sono tanti; più numerosi casomai i comuni che per avere la piscina sono disposti a regalare il terreno al privato. E' una prima considerazione ovvia e per questo destinata a sfuggire al pubblico amministratore gasato.
L'inizio del percorso è tutto in discesa, anzi è divertente. Si sollecitano i "promoters"a farsi avanti. Si fissano date e percorsi tecnici, si prefigurano emozionanti gare a rilancio tra gli assatanati futuri partecipanti e, se il comune non ha proprio le pezze al sedere, si stampano lussuose brochure, si organizzano conferenze stampa, buffet e pasticcini.
Leggiucchiando un pò oltre le prime trenta righe della legge e dando un'occhiata anche alle delibere dell'autority dei lavori pubblici, comincia a calare qualche ombra sul progetto. Vediamole. Ammesso anche di trovare il benefattore ricco e scemo che per quel 40% di contributo è disposto a rinunciare alla proprietà della piscina, ci sono altri ostacoli che, trascurabili a prima vista, poi si rivelano praticamente insormontabili.
Se uno ha un minimo di conoscenza di come funziona e di quanto costa una piscina, si rende immediatamente conto che per ottenere il pareggio di bilancio, è necessario che l'impianto funzioni 365 giorni all'anno e non solo questo. Le tariffe devono essere di gran lunga più elevate di quelle normalmente praticate nella quasi totalità degli impianti comunali di nuoto in Italia. Il motivo è evidente. Fino ad oggi il mercato del nuoto in Italia è stato "costruito" sulla gestione di impianti pubblici, in cui i comuni, oltre che dei costi di costruzione si fanno carico anche delle manutenzioni e degli ammortamenti. Leggittime quindi le modeste tariffe convenzionate praticate.
Se invece si pretende di trasferire tutti questi oneri al gestore (250-300 mila annui), è impossibile chiedergli di offrire il servizio agli stessi prezzi. E a questo punto sorge inevitabilmente la domanda di come possa questo ipotetico gestore far funzionare a pieno regime la piscina affrontando la "concorrenza" con tariffe fuori mercato e come il comune che concorda queste tariffe possa evitare di vedere gli appassionati di nuoto scendere in piazza con forconi e spingarde.
Sono indubbiamente considerazioni terra terra, ma a questi talebani delle opere pubbliche evidentemente si è inceppato il pallottoliere.
Esiste poi un'ultima e definitiva barriera all'attuazione di tali improvvide iniziative ed è l'asseverazione che una banca deve dare al progetto. Qui è l'Autority che ha chiarito fin troppo bene che non si tratta di un semplice attestato di solvibilità del promotore, ma di una garanzia che la banca dà all'ente pubblico sulla correttezza del progetto in questione. Il che significa che la banca può essere chiamata a rispondere in solido di una eventuale (probabilissima) successiva insolvibilità del gestore. Avendo una certa familiarità con le banche si può dedurre che possano asseverare al più progetti presentati da Bill Gates, Agnelli o Berlusconi.
In questo panorama surreale c'è tuttavia una categoria che conta molto sul project financing e sono le imprese di costruzioni. Il meccanismo che prospettano è semplice. Si associano con un gestore, costruiscono la piscina e fanno cassa. Quindi gli cedono le loro quote (tenendo magari l'1%) lasciandogli il cerino acceso tra le dita. Sarà lui, che con il progetto di gestione si è impegnato a creare il "flusso di cassa" necessario a rispettare il piano finanziario, a vedersela con le banche!
Chi ha esperienza di gestioni non cadrà nel trabocchetto, ma sono molti che, invogliati a rendersi indipendenti corrono il rischio di finire nella tagliola delle imprese. Meglio dunque puntare sulle tre carte al banchetto all'autogrill, almeno li qualche volta si vince!
| | | 09-01 | | 09-01 | | 09-01 | | 09-01 | | 08-01 | | 08-01 | | 08-01 | | 08-01 | | 08-01 | | 08-01 | |
|  |
|