| | Una risposta al decalogo politico di Illiceto Le riflessioni di Mimmo Di Iasio, docente di etica dell'ambiente
 Ha innescato una vivace discussione il decalogo per la politica di Michele Illiceto, docente di storia e filosofia, che abbiamo pubblicato sul nostro sito il 30 marzo scorso. Prima è arrivata la risposta di Immacolata Notarangelo e ora quella di Mimmo Di Iasio, docente di etica dell'ambiente presso la sede di Manfredonia della Facoltà di Economia - Università degli Studi di Foggia.
A voi lettori il piacere di seguire e intervenire, qualora lo vogliate, in questo interessante e stimolante dibattito chissà che non se ne possa discutere più a lungo e più a fondo coinvolgendo soprattutto le giovani generazioni, per riuscire magari a trovare uno vero stimolo per emergere in una società caratterizzata sempre di più da un inabissamento etico e culturale.
Anna Castigliego
John Rawls auspica ormai da tempo che negli Stati uniti d’America si riattizzi il fuoco della discussione liberal-democratica. Si tratta di un auspicio che noi facciamo anche per l’Italia ove il dibattito politico è chiaramente sempre meno liberal-democratico, sempre più personalizzato e lontano dagli interessi comuni. L’occasione per riattizzare il fuoco spento della discussione democratica può essere offerta, almeno nel nostro territorio, dal Decalogo per la Politica dell’amico e collega Michele Illiceto, apparso recentemente su questo sito. Non si può non essere d’accordo sui princìpi generali (solidarietà, uguaglianza, beni comuni, diritto al lavoro, valore della persona, rispetto dell’ambiente, etc.) che, però, se espressi e formulati al di fuori di politiche concrete, appaiono generici e privi di efficacia. Su un passaggio mi voglio soffermare: “Non svendere sul mercato globale le esigenze vitali del tuo territorio locale. Sappi coniugare località e globalità, per cui agisci localmente, ma pensa globalmente” (n.9). Per non svendere le esigenze del territorio locale, occorre, a nostro avviso, rovesciare il principio “pensare globalmente e agire localmente”. Un principio che in realtà è un luogo comune, promosso, sostiene Bruno Amoroso economista dell’Università di Roskilde, “dai cervelli della Triade” (Giappone, Stati Uniti d’America ed Europa). Se è facile intuire cosa possa significare “agire localmente” (anche perché non si può agire al di fuori dello spazio territoriale in cui si vive quotidianamente), non è altrettanto facile intuire cosa possa significare “pensare globalmente”. Chiediamoci allora: cosa significa “pensare globalmente”? Si tratta, ovviamente, del pensiero dominante nella fase della globalizzazione che ci attraversa. Dovremmo qui parlare anche della globalizzazione, ma andremmo al di là dei limiti di un semplice intervento. Il pensiero dominante in realtà è un modello di pensiero, in genere indotto attraverso l’arte della persuasione occulta, molto raffinata nell’era della globalizzazione. Il modello impone la riproduzione di se stesso, ossia la clonazione culturale universale e misconosce la pluralità dei pensieri e delle culture effettivamente esistenti nella realtà globale. Il pensiero globale in realtà è il pensiero unico che l’Occidente triadico vuole imporre a tutto il pianeta. È difficile per un occidentale rendersi conto che esistono culture altre totalmente differenti. Un esempio: la cultura indiana non riesce ad afferrare concetto di “diritto individuale”, perché fondata sulla categoria di “dharma”, difficilmente traducibile nel nostro linguaggio, ma che possiamo rendere con armonia cosmica, collettività, etc. Nella fase della globalizzazione, noi sosteniamo, che occorre costruire uno sguardo esterno e pensare che gli altri ci interpretano in modo diverso dal nostro. Pensare, cioè, che esiste una molteplicità indefinita di culture e linguaggi con cui relazionarsi con la consapevolezza che il limite e l’errore attraversano tutti indistintamente.Sembra più opportuno, quindi, rovesciare lo slogan “pensare globalmente e agire localmente” nell’altro “pensare localmente e agire globalmente”. Il pensare nel proprio territorio e il proprio territorio ha, a nostro avviso, un senso più compiuto che ci porta al di là del modello dominante. Se traduciamo la cosa in termini economici, emerge la possibilità di pensare uno sviluppo locale al di fuori dei parametri finora imperanti, che hanno fatto leva sempre sull’imposizione dall’alto di modelli di sviluppo. Nel nostro territorio, prima con l’idea della “cattedrale nel deserto” e poi con l’idea del sistema PMI (piccole e medie imprese). Ambedue i modelli sono stati costruiti al di fuori del “pensiero locale”, nel senso che i cittadini locali non hanno dato il minimo contributo di pensiero alla costruzione di essi. È, a nostro avviso, ora di cambiare radicalmente e si cambia con le idee, con idee più adeguate e rispondenti al bene comune, che poi sono le grandi idee. Sempre guardando il nostro territorio, spostando l’occhio un po’ più verso Nord, ci accorgiamo che è stata avviata nell’Alto Tavoliere (gli otto comuni dell’Alto Tavoliere: Apricena, Chieuti, Lesina, Poggio Imperiale, San Paolo di Civitate, San Severo, Serracapriola e Torremaggiore) un’interessante sperimentazione di un modello di sviluppo locale di tipo distrettuale, secondo le nuove procedure previste dalla legge regionale n. 23 del 3 agosto 2007 (Promozione e riconoscimento dei distretti produttivi) e nell’ambito dell’iniziativa comunitaria Equal II- I.S.O.LA. (Interventi di sviluppo occupazionale dei lavoratori). Non è questa la sede per approfondire tale tematica (si rinvia a Organizzazione territoriale e sviluppo locale nell’area dell’Alto Tavoliere, a cura di Francesco Contò e Antonio Lopes, Università degli Studi di Foggia-Psg Equal I.S.O.LA., Milano 2008), di cui peraltro già è in corso un interessante dibattito e non solo all’interno dell’Università. In questa sede è opportuno ribadire l’importanza e la funzione di un pensiero diverso, costruito dal basso, con gli Enti locali e l’Università, con le varie associazioni culturali; l’importanza e la funzione sociale del pensiero critico che rovescia luoghi comuni e avvia nuove procedure e costruisce nuovi modelli, più aderenti alla nostra realtà. Una realtà che ha risorse mai sfruttate compiutamente: risorse umane, naturali, ambientali, cui occorre guardare con più attenzione. Per fare e avviare tutto ciò, bisogna, come si diceva prima, riattizzare il fuoco della discussione liberal-democratica, essere meno autoreferenziali e pensare un po’ di più agli altri, più deboli, alle risorse del nostro territorio, a modelli di sviluppo diversi da quelli già sperimentati con insuccesso. Un forum stabile sullo sviluppo locale potrebbe essere lo strumento più efficace per la costruzione di un pensiero diverso, necessariamente filtrato dalla discussione liberal-democratica, se veramente vogliamo ridurre il degrado e le ineguaglianze territoriali, che si traducono poi in ineguaglianze sociali. Se vogliamo avvicinare almeno di una spanna l’orizzonte della giustizia sociale, dove abita, secondo l’insegnamento della Populorum Progressio (1967) di Paolo VI, “il progresso umano e spirituale di tutti, e dunque il bene comune dell’umanità” (§ 76).Domenico di Iasio
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