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Io, giornalista!?
Essere giornalisti a Manfredonia significa offrire un servizio pubblico di informazione completamente gratis accollandosi mille disagi. Lettera aperta.
Pubblicato il 27 gennaio 2006 alle 23:59



Caro direttore,

questa volta scrivo per raccontare non la vicenda di qualcun altro ma la mia.

Finalmente, ho deciso di sfogarmi e di raccontare il mio disagio che sicuramente rifletterà il disagio di altri colleghi giornalisti che cercano di farsi strada in questo territorio.

Noi, giornalisti, per il lavoro che facciamo, un servizio pubblico di informazione e di racconto a 360 gradi, siamo sempre a disposizione di tutti, raccontiamo le storie, le vicissitudini, i disagi degli altri. Ma al nostro disagio chi ci pensa? Chi perora la nostra causa?

Un servizio non retribuito, un lavoro non riconosciuto anzi, molto spesso, snobbato dai più. Per che cosa poi? La vana gloria o un po’ di visibilità. Dopo anni di gavetta, passando da una collaborazione o da una redazione all’altra (radio, carta stampata, internet), non credo basti più.

Una sera in tv ho sentito dire da Gianfranco Funari nel suo programma “quanto è dura essere giovani oggi” ed io dico che è ancora più dura fare il giornalista oggi soprattutto qui al sud.

Il problema, secondo me, dipende da noi stessi, per la troppa disponibilità, frutto di un’insana passione per questa bellissima professione che ci “frega” inesorabilmente. Ti ritrovi a fare i conti con mille stati d’animo che si alternano: scrivi, scrivi, scrivi, poi all’improvviso vuoi smettere perché non ce la fai più a reggere questa situazione di precariato/volontariato; ma poi c’è sempre qualcuno che ti chiede di fare un pezzo e tu, per quella piccola fiamma che ti arde ancora in corpo (io dico che o si nasce giornalisti o no), ti ritrovi a scrivere, e pensi, “questo è l’ultimo pezzo che scrivo”. Poi, ti rendi conto che se non scrivi più, ci sarà sempre qualcun altro (il bello di Manfredonia è che l’offerta di giornalisti o aspiranti tali aumenta ma la domanda di progetti imprenditoriali editoriali diminuisce) disposto a scrivere al posto tuo e allora resisti, resisti ma fino a quando, però?

Ti ritrovi a 30 anni e dici: ho seminato ma cosa ho raccolto? Solo un bel po’ di esperienza e... E allora pensi, è il momento di andar via perché non trovi nessuno che voglia investire in questo settore, decidi di andar lontano dalla tua città dove hai cercato di crescere professionalmente, di farti le ossa (come si dice) per cominciare tutto daccapo.

Il problema qui è che non si tratta di essere sottopagati ma si tratta di non essere pagati proprio, di fare puro e semplice volontariato e questo non è giusto.

L’importanza del mestiere di informare è fondamentale, soprattutto quello di provincia, che consente all’intera comunità di essere illuminata su quel che accade intorno e di poter dire la sua, di poter partecipare attivamente al processo di sviluppo del territorio. La conoscenza è il fondamento base che consente lo sviluppo della democrazia attraverso la partecipazione attiva di tutti un monitoraggio costante sull’operato di chi ci governa.

La “Carta dei doveri del giornalista” sancisce che il giornalista deve “rispettare, coltivare e difendere il diritto all’informazione di tutti i cittadini”, “ricercare e diffondere le notizie di pubblico interesse nonostante gli ostacoli”, “compiere ogni sforzo per garantire al cittadino la conoscenza e il controllo degli atti pubblici” e non subordinare la propria attività “agli interessi di altri e particolarmente a quelli dell’editore, del governo o di altri organismi”. Ricordo anche le parole del nostro presidente Carlo Azeglio Ciampi il quale ha sottolineato quanto sia importante e prezioso per la crescita e lo sviluppo economico, culturale e sociale di un territorio il contributo dell’informazione soprattutto quello di provincia. Parole che vanno nel dimenticatoio.

Ora, dopo tanti anni di gavetta e di esperienza, nutro ormai solo sfiducia nei confronti di chi ti viene a proporre l’uscita di un nuovo giornale, di un nuovo progetto editoriale, di una nuova collaborazione: ormai non ci credo più, non credo più a niente e soprattutto più a nessuno.

Lo so, gran parte della responsabilità per questa situazione è la nostra, di noi giornalisti, dal momento in cui pur di farci conoscere o di vedere la nostra firma su un giornale accettiamo di collaborare gratis, di esserci a qualsiasi costo, anche senza alcuna garanzia di corrispettivo, non ci rendiamo conto di scavarci la fossa con le nostre stesse mani. E allora poi non ci lamentiamo se veniamo trattati male. Tempo fa, qualcuno che “conta”, mi disse, giustamente, dopo essermi lamentata per l’ennesima volta, “la colpa è vostra se non siete rispettati per quello che fate”. Ha avuto ragione, niente da obiettare. Ce lo meritiamo!

Perciò, a tutti quei colleghi che si sentono sfiduciati, che sono sottopagati o che non sono pagati affatto, dico che bisogna avere il coraggio della denuncia perché se ci lamentiamo dobbiamo avere il coraggio di denunciare. Altrimenti, non ci crede nessuno.

La denuncia va fatta soprattutto quando ci sono colleghi che, pur di farsi conoscere, si accontentano di prestazioni inferiori a quelle stabilite dai tariffari nazionali, ma che dico, gratuite. Quello che a noi manca, purtroppo, ed è ancor più grave, è “lo spirito di collaborazione tra colleghi” previsto dall’art. 2 della legge istitutiva dell’ordine n. 69 del 1963.

Ora o mai più.

Anna Castigliego

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