| | Un pensiero per la politica Le considerazioni di Michele Illiceto alle riflessioni di Immacolata Notarangelo  In primo luogo ringrazio i molti che hanno letto le mie riflessioni sulla politica raccolte sotto forma di decalogo. Grazie, in particolare, alla mia amica Immacolata Notarangelo, per le sue interessanti considerazioni, elaborate prendendo spunto dal mio testo. Più che una critica io penso che esse siano riflessioni che vanno considerate, anche se alcune volte con orizzonti interpretativi diversi, delle “opportune” integrazioni e “chiarificazioni” che mi hanno aiutato, in un certo qual modo, anche a ritornare con senso critico su quanto scritto, per nuove aperture e nuovi interrogativi.
Ho letto il suo testo con molto interesse e attenzione, apprezzando la sua onestà intellettuale e gli stimoli in esso contenuti. Ho notato però, allo stesso tempo, in certuni passaggi, dal mio punto di vista, che ci sono stati lievi travisamenti, appunto riconducibili al diverso modo in cui, pur in un comune percorso che da anni ci vede uniti, ciascuno di noi sta facendo la sua esperienza nel sociale e nell’ambito culturale e politico. Da non sottovalutare è la premessa che ella pone alle sue riflessioni, laddove dichiara di condividere tutte le cose da me scritte. Pertanto ecco alcune mie considerazioni a riguardo.
Quando mi riferivo al “conosci te stesso” di Socrate lo facevo leggendo tale oracolo in chiave politica. Intendevo il “conosci te stesso” come un “saper governare” se stessi, in quanto, a mio parere, il saper governare se stessi costituisce il primo atto politico. Il governo di se stessi permette una sorta di “conversione” alla comunità, e quindi al territorio, alla gente, alla polis, che deve avvenire prima di cimentarsi nelle problematiche pratiche e concrete dell’esercizio politico in veste di amministratore. Su questa si voleva sottolineare non solo il peso che devono avere le competenze e le conoscenze in un politico, ma anche le “virtù”. Ma si possono improvvisare tali virtù? Non penso. Esso sono frutto di un lungo tirocinio e di una continua vigilanza su di sé e sul proprio operato.
Ora quanti politici hanno alle spalle questo stile di vita? Il conosci te stesso andava letto in questa chiave: tentare di coniugare nel politico “virtù” e “competenze”. Perchè se è vero che le virtù senza le competenze e la capacità non servono a niente, allo stesso modo le competenze senza le virtù rischiano di ridurre la politica a pura tecnica amorfa e anonima con cui creare dispositivi di governabilità.
La cosa interessante è che nel mentre si critica questo assunto, esso viene richiamato quando si dice, giustamente, che “La politica non si improvvisa. I candidati che spuntano all’improvviso senza un percorso formativo sui problemi reali, non possono che esprimere se stessi, allora è meglio che rinuncino, o è meglio non votarli”. Ecco che io intendevo utilizzare il “conosci te stesso proprio come antidoto all’improvvisazione da parte di certuni che si avviano alla politica più per carriera che per amore alla cosa pubblica. Certo, detto così uno lo può intendere come un principio astratto, e tale rimarrebbe se non fosse poi tradotto nelle forme concrete dell’agire politico. Il conosci te stesso lo intendo come il momento della chiarificazione circa le motivazioni che portano una persona a intraprendere la via politica.
E’ il momento nel quale uno deve fare i conti con se stesso, per avere una chiara consapevolezza dei propri limiti e anche delle proprie possibilità, per soppesare e valutare se sarà in grado di portare avanti, e con quali motivazioni, un impegno così difficile e problematico, quale il servizio alla città, che richiede un carattere forte, coerente, una serie di virtù quali l’onestà e il distacco. Altro che politica senz’anima. Al contrario, si è trattato proprio di darne una. Per questo se ho ben capito non mi sembra che vi sia molta distanza tra quanto sostengo io e la Notarangelo, ma forse un modo diverso per affermare una medesima istanza.
Quello che lamentavo, con il richiamare la necessità di ripartire dal motto di Socrate, è proprio questo improvvisarsi, da parte di alcuni, come candidati politici, i quali tra l’altro, caso mai, prima si sono dedicati alla cura dei “propri affari”, e poi capiscono che possono continuare a mantenere le posizioni acquisite, se non addirittura rafforzare ed espandere il loro potere, camuffando tutto questo sotto questa loro “improvvisa “ dedizione alla “res pubblica”. Quindi mettevo in evidenza la necessità di una “formazione” politica che non deve essere fatta solo in chiave tecnico-amministrativa, incentrata sull’acquisizione di competenze relative solo alle procedure formali e al protocollo necessario per saper gestire i processi complessi della macchina burocratica, ma, proprio come sostiene giustamente la mia amica Notarangelo, essere “impegnati per un’idea, per un progetto; se non si è mai respirato il clima del dialogo, del confronto tra le tante forze sociali che abitano quel luogo e spingono da una parte o dall’altra. La politica non si improvvisa. I candidati che spuntano all’improvviso senza un percorso sui problemi reali, non possono che esprimere se stessi, allora è meglio che rinuncino, o è meglio non votarli”.
La mia denuncia si riferiva proprio a questo mancato percorso, fatto di tirocinio e di riflessione ad ogni livello, in molti politici, negli ambiti del sociale, o, come si diceva una volta, nel contesto del pre-politico. Questo è anche il limite nel quale oggi inciampano molti partiti: quello di aver perso il contatto con il sociale e con le dinamiche del territorio, tutti presi da logiche interne di assegnazioni di ruoli e di distribuzione di incarichi, nonché di gestione di fette di potere.
Una volta erano essi che si ponevano come veri e propri luoghi che funzionavano come laboratorio politico, come luogo di formazione alla responsabilità sociale e civile, e come luogo di confronto sui grandi temi di cultura politica, sociali, economici. Oggi invece si sono ridotti ad essere partiti autoreferenziali, per lo più incapaci di dialogare con la società civile, con la cultura politica locale, di aiutare a decifrare la complessità sociale che a vario livello caratterizza il nostro tempo.
E’ in considerazione di tali aspetti, in una direzione critica, che richiamavo il motto di Socrate, cercando di assumerlo come spartiacque tra una politica autoreferenziale, fatta da individui che corrono per se stessi, o al limite per dei gruppi (anche se sarebbe meglio dire “clan”) che li appoggiano per vedere soddisfatti alcuni loro interessi. Mi sembra di poter dire che questa istanza – letta in questa chiave – sembra emergere anche da quanto si sostiene nell’articolo, in un passaggio molto bello che condivido pienamente: “La concezione della politica individualistica, delegata a singole persone, non sarà capace di includere nei suoi programmi l’accoglienza, il rispetto degli altri, perché si nutre di se stessa”.
Non era per divulgazione filosofica o per saccenteria che riconducevo l’atto fondativo della politica al motto di Socrate (tra l’altro rivalutato molto da tanti filosofi della politica contemporanei, da Rawls a Nagel, da Rorty ad Habermas), ma soprattutto perché l’antidoto all’individualismo della politica, intesa come delega in bianco, penso che sia proprio questa “conversione” alla comunità da parte di chi vuole fare politica - ma anche da parte degli elettori, e quindi di tutti i cittadini per una partecipazione responsabile e consapevole – la quale deve iniziare da un serio e sereno confronto con se stessi. Per cui non vedo nessuna contrapposizione tra il saper conoscere-governare se stessi e la conoscenza del territorio. Tra l’altro il richiamo al territorio penso sia presente nel mio documento laddove chiedo ai politici di “conoscere i problemi della gente…..”.
La necessità di conoscere il territorio e i vissuti della gente viene ribadita, in modalità diverse, in più punti del “decalogo”, ed è la chiave trasversale di tutti gli altri punti, ma soprattutto quando dico che bisogna partire dalle persone, e fare proprio della persona il punto di partenza di ogni vera politica. Il territorio è fatto dalle persone, dalle famiglie, dai gruppi, dalle dinamiche economiche e dai conflitti sociali che vi si agitano, dalle situazioni di povertà che la caratterizzano (punto n. 4).
Per ciò che concerne l’astrattezza del decalogo, ero consapevole di pormi ad un livello teorico e di enunciazione di principi cardini dell’agire politico. E’ stata una scelta di prospettiva, in quanto si sceglie sempre il taglio da cui vedere le cose. Scegliere il taglio teorico non ha significato svalutare o ignorare tutta la fatica del momento pratico, volto a tradurre nella prassi tali principi. Sulla non necessità di assumere ogni tanto un taglio teorico-teoretico non penso che non si possa essere d’accordo! Tale “astrattezza” non è sinonimo di genericità e di poca incisività nei problemi concreti, o di poca aderenza alle sfide pragmatiche che provengono all’agire politico. Era insito nella natura di un decalogo non addentrarsi in formule concrete o in tentativi di tradurre in proposte operative quei principi generali che enunciati.
Rimproverare ad un manifesto, qual è stato il decalogo la mancanza di ciò che non era nelle sue intenzioni e nella sua dichiarata finalità, potrebbe rischiare di mettere in ombra la sua vera natura, che è stata quella di offrire un quadro fondativo - e non applicativo – dei principi per una filosofia politica capace di mettere in ordine un po’ le priorità.
Mi rendo conto che oggi si tende a saltare il momento fondativo e a passare subito a quello applicativo. Con il decalogo, il mio, quindi, è, e rimane, solo un’operazione di filosofia politica. Non era nella mia ottica stilare un progetto politico, che desse delle indicazioni attuative, né orientamenti di mediazione politica. A sua volta però un progetto politico si ispira sempre ad una filosofia politica. Ed è chiaro che nel momento fondativo il richiamo venga fatto non solo alle regole di natura procedurale, ma soprattutto ai principi di natura etica, dove per “etica” intendo, riprendendo uno dei due significati etimologici (ethos nel senso di dimora), il sapere “dimorare” in un luogo, in questo caso la “polis”.
Inoltre ritengo molto discutibile l’affermazione che dice che “Non è la conoscenza o la “credenza” nei valori forti e nei principi che manca alla nostra politica ma la loro trasposizione nella vita politica di ogni giorno e nelle istituzioni”.
Forse viene dato per scontato il fatto che ci siano valori condivisi alla base della politica di oggi? A mio parere ci sono due distanze da colmare: tra la conoscenza (e dubito che questa possa essere data come scontata visto i molti esponenti politici che anche a livello locale ci hanno rappresentato) e la “credenza”, e tra questa e la traduzione nella prassi.
Privilegiare la fase della ricerca degli strumenti (il momento pragmatico-amministrativo) rispetto a quella della chiarificazione dei fini e delle priorità (il momento teorico-politico) mi sembra una cosa molto pericolosa. Né io, dal mio canto, mi sognerei mai di privilegiare il momento della chiarificazione dei fini (il momento teorico-progettuale) rispetto a quello della individuazione degli strumenti (il livello pragmatico). Si tratta di due momenti – quello precipuamente politico e quello amministrativo - strettamente uniti tra di loro e ambedue necessari.
Il momento politico è determinato da un progetto globale basato sulla individuazione di valori e di finalità, nel rispetto delle priorità, il momento amministrativo è invece quello della individuazione degli strumenti di governabilità e di traduzione in chiave pragmatica delle istanze insite nel progetto politico. Non penso sia coerentemente attuale dare per scontato che tutti “credono” in certi valori. Direi che oggi c’è la strategia di “far credere” che si crede in certuni valori e principi (e qui è giusto il richiamo allo “sbandierare”). E questo perché oggi si è scoperto il potere dei valori come strumento per attirare consensi.
Il fatto che molti usino il richiamo ai valori come strumento per accalappiare i voti degli indecisi non indebolisce la necessità che tali valori vadano richiamati, ma, al contrario proprio per questo ne sottolineano la urgenza. Certo non basta fermarsi alla dichiarazione/enunciazione, quanto piuttosto arrivare anche smascherare la cattiva abitudine di trincerarsi dietro valori dichiarati per far passare sottomano strategie poco coerenti con quanto si è enunciato. La morale non può essere usata come patrimonio che va rafforzare la propria immagine sociale come una sorta di certificato per avere accesso nelle coscienze. La morale non è un’altra forma di potere asservito alla politica, ma è la politica che deve essere sottoposta al giudizio della propria coscienza etica.
La sfera valoriale a cui mi riferivo nel mio documento è invece quella che non si limita solo ad una semplice “credenza”, ma essa è tale da chiedere scelte in prima persona. I valori non sono solo dei principi (astratti?) in cui si crede, ma sono delle opzioni esistenziali in cui ognuno gioca se stesso, in quanto disposto a darne autentica testimonianza. Anzi, questa considerazione mi permette di ribadire, rifacendomi a J. Habermas, un principio di metodologia politica, secondo il quale una grossa questione politica di oggi consiste proprio in questa scissione e contrapposizione tra il momento della progettazione politica e quello della governabilità in termini di individuazione degli strumenti amministrativi.
Io ritengo che il momento conoscitivo, relativo alla progettazione politica, possa funzionare come coscienza critica del momento puramente amministrativo, il quale, se si chiudesse su se stesso, divenendo autoreferenziale, potrebbe rischiare l’asfissia. Tutto questo nella consapevolezza che oggi, nell’attuale momento storico - dove ormai il dibattito tra ideologie diverse ha lasciato il posto ad altre logiche discorsive - la fatica maggiore riguarda più il momento amministrativo.
La critica al mio decalogo - che sembra abbia la pretesa di enunciare troppo a buon mercato principi astratti lavandosi le mani di fonte alla fatica e alle vicissitudini di chi chiamato ad amministrare deve poi tradurre tali principi nelle scelte operative quotidiane – sembra risentire di tale clima. Ma questo non deve farci dimenticare che ci sono stati periodi storici in cui fondamentale è stato il momento della “credenza nei valori e nei principi” per una prassi politica orientata verso fini condivisibili all’interno di un progetto politico razionalmente e ragionevolmente fondato.
Per quanto concerne il problema degli ultimi, condivido la chiarificazione contenuta nel testo della Notarangelo. Quando parlavo degli ultimi non intendevo di quelle situazioni venutesi a creare da logiche assistenzialistiche.
Fin da quando, alla fine degli anni settanta, ho iniziato a occuparmi di emarginazione e di povertà, partendo dal mio quartiere e girando per le case, ho sempre denunciato (nella politica di allora) alcuni interventi finalizzati a creare, in nome di una solidarietà che sapeva più di beneficenza a buon mercato che di giustizia sociale, più una sorta di dipendenza dei poveri nei confronti di chi erogava i servizi, piuttosto che a prevenire e a rimuovere le cause reali di essa.
Non era ai falsi poveri, creati da una logica clientelare in uso per molti anni nella politica sociale delle amministrazioni precedenti, che io intendevo dovesse rivolgersi l’attenzione di un buon politico. Né mi riferivo a tutte quelle persone che, ricorrendo a strategie intimidatorie, spesso ricorrono ai servizi sociali del Comune solo per estorcere un sostegno economico senza minimamente sforzarsi di migliorare la loro condizione sociale ed economica, ma solo per avallare una mentalità secondo cui “è il comune che li deve assistere”.
Penso infatti che merito dell’attuale indirizzo dato dall’Assessorato alle politiche sociali sia, tra le tante cose, anche questo tentativo di creare una nuova mentalità nella gestione dei servizi intesi come servizi resi alle persone. Anzi se ho scritto tali cose circa gli ultimi è proprio prendendo a modello la linea e la logica, la metodologia dell’attuale politica sociale portata avanti dal Comune.
Per chi come me si occupa di volontariato ha notato molto bene il grande salto di qualità rispetto al passato in questo campo: attenzione e rivalutazione delle associazioni di volontariato, non più lasciato a briglie sciolte, ma inquadrato in una rete progettuale seria ed efficiente, avulsa da ogni forma di protagonismo o di strumentalizzazione per fini propri anche di situazioni di dolore e di sofferenza quali alcune condizioni di emarginazione possono provocare; riduzione degli assegni di sostegno economico ai casi davvero bisognosi, previo accertamento oggettivo e trasparente; investimento, tramite utilizzo di risorse europee, nazionali e regionali, in iniziative di promozione sociale come il servizio civile per allestire una rete i servizi finalizzati a dare un aiuto alle persone in stato di bisogno.
E’ chiaro che questo modo nuovo di procedere si è dovuto scontrare con una mentalità atavica nella nostra realtà locale che vedeva i servizi sociali come l’avamposto per accontentare quanti poi avrebbero ripagato con i voti coloro che tramite scelte politiche dell’amministrazione comunale erogavamo contributi. Ci è voluto grande coraggio in questo cambio di rotta: e questo non merita che grande apprezzamento.
La mia paura è per “dopo” questa fase. Ci sarà ancora tanta oculatezza e tanta capacità nel distribuire, secondo i bisogni reali dei poveri, quella quota di spesa pubblica accantonata in bilancio per tali attività? Ci sarà tanto distacco rispetto alla egemonia di certe associazioni – purtroppo ahimé! anche di volontariato - che spesso sono state utilizzate dai politici di turno come veri e propri serbatoi a cui attingere voti per ricevere un consenso politico che altrimenti forse non sarebbe venuto? Sappiamo - senza fare riferimenti a persone concrete - che qualche candidato/a, nelle scorse elezioni comunali, ha promesso ad anziani pensionati certi favori in cambio della sistemazione di pratiche che li riguardavano. In considerazione di ciò condivido il richiamo alla legalità contenuto nel testo.
C’è molta povertà che non è tale, ma che si spaccia per tale, nascondendosi dietro vere e proprie forme di illegalità, la cui fenomenologia in itinere si fa sempre più complessa, tanto da rendere difficile un’adeguata lettura e una strategia incisiva. Per tale ragione, nel passato, quando poi tali problematiche arrivavano al politico, questi rinunciava sia a capirle che ad affrontarle, lasciando le cose come stavano, consentendo che si accumulassero situazioni a situazioni, producendo una sorta di commistione tra condizioni di povertà presunta con atteggiamenti di diffusa illegalità. Forse i veri poveri non si facevano avanti cotanta arroganza quanto quella mostrata da coloro che poveri non erano.
Chi nasconde la propria illegalità dietro una situazione paventata come povertà va denunziato e smascherato. Ma qui ci vuole una linea politica “coraggiosa” e “coerente”, oltre che competente nell’uso degli strumenti legislativi. Si possono improvvisare queste “virtù”? Non penso. Inoltre parlo di virtù perché non si tratta solo di “competenze” o capacità. Qui ritorna quanto dicevo all’inizio:, e cioè che questa onestà e trasparenza non si improvvisano, esse non si avranno mai senza quella “conversione” alla comunità (e ai suoi piloni deboli), senza quella capacità di fare chiarezza dentro di sé, o come diremmo in dialetto manfredoniano senza “toccarsi il naso”.
Il richiamo agli ultimi era troppo serio perché lo intendessi in maniera indiscriminata. Ma era anche un modo di pormi criticamente nei confronti di chi non ha mai fatto nulla per gli emarginati, per i poveri, gli anziani, per i bambini che si perdono per strada (dalla scuola alla famiglia), per il disagio giovanile, per i disabili, e poi all’improvviso si “fa” politico, solo perché “scende in campo” con un simbolo che lo protegge, e che, come uno scudo, lo copre. In questo caso io non credo ai miracoli.
Grazie comunque di nuovo all’amica Immacolata Notarangelo per le sue riflessioni che hanno per certi aspetti suscitato un grande dibattito anche fuori da questa testata giornalistica. Penso che ciò, al di là delle posizioni, sia una buona iniezione di pensiero per una politica che si appresta ad ereditare il governo del paese e della nostra provincia. Il tutto, come sempre, in un impegno su fronti comuni, anche se a volte con percorsi diversi.
Michele Illiceto
| | | 17-03 | | 16-03 | | 14-03 | | 13-03 | | 12-03 | | 11-03 | | 10-03 | | 09-03 | | 09-03 | | 09-03 | |
|  |
|