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  Senza più notizie da Manfredonia
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Re: Senza più notizie da Manfredonia
Postato da Fr@nkS il 22-04-2001 alle 18:42

...effettivamente la discussione che va avanti è inutile e superficiale, sono accuse che nn hanno fondamento sia da una parte che dall'altra, ma aggiungo che questo avviene perchè non tutti approfondoscono la loro conoscenza in campo politico (in questo nn certo aiutati dalla RAI-MEDIASET covo di giornalisti buoni a nulla.
In quanto a te Jc, ti posso rispondere benissimo a quello che tu domandi riguardo al comunismo: è stato e continua ad essere una forma di oppressione autoritaria nei confronti del popolo che ha condotto ( e nn per errore di applicazione, ma perchè aveva in sè principi autoritari e falsi)parte del mondo alla rovina e alla distruzione della dignità e della libertà dell'essere umano.
In quanto alla legge sull'editoria, faresti bene ad informarti che la modifica che ha fatto chiedere Manfredonia.net e gli altri giornali online e stata apportata negli anni del governo di sinistra, e questo però nn dà certo ragione al POLO quando si eleva a difensore della libertà, perchè in effetti nn c'è stata una vera opposizione in questi anni!
Re: Senza più notizie da Manfredonia
Postato da Fr@nkS il 06-05-2001 alle 22:42

DIVENTIAMO CLANDESTINI PER DIFENDERE LA LIBERTÀ DELLA RETE

A partire da questo numero, Alternativa radicale esce con un nuovo direttore responsabile non iscritto all’ordine dei giornalisti. Come già quando, all’inizio degli anni ’70, Notizie Radicali uscì sotto la direzione di Bruno De Finetti, con questa iniziativa si intende attuare una disobbedienza civile su una legge liberticida e incostituzionale.
Marco Cappato, coordinatore del Comitato dei radicali, deputato al Parlamento europeo, non è iscritto all’ordine dei giornalisti, la corporazione istituita con la legge 69 del 1963 che ha introdotto in Italia l’obbligo di iscrizione per chiunque voglia pubblicare informazioni a mezzo stampa. Una norma inesistente in tutti gli altri Paesi occidentali; largamente presente, invece, in tutta l’America latina, eredità dei passati regimi dittatoriali.
Anche in Italia l’ordine dei giornalisti fu istituito per la prima volta dal regime fascista, per mettere sotto controllo la stampa. E’ per questo che molti giuristi hanno avanzato dei dubbi sulla sua costituzionalità, dato che contrasta apertamente con quanto previsto dall’articolo 21 della Costituzione repubblicana, che recita testualmente: "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto, e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure."
Con la nuova legge sull’editoria, il Parlamento italiano, con il consenso unanime di tutte le forze politiche, ha esteso alle pubblicazioni periodiche on line gli obblighi stabili dalla legge sulla stampa del 1948, che prevede, fra l’altro, l’obbligo di registrazione della testata presso il tribunale locale e l’iscrizione del direttore responsabile all’ordine dei giornalisti.
Oltre alla semplice considerazione che una legge del 1948, concepita per la stampa scritta, non può essere applicata ad un fenomeno come l’internet, sviluppatosi nella seconda metà degli anni ’90 a seguito di una vera e propria rivoluzione tecnologica (e infatti già a pochi giorni dalla sua entrata in vigore è iniziata la rincorsa alle interpretazioni e ai distinguo necessari a renderla applicabile), occorre ribadire con forza, come il Comitato radicale ha fatto recentemente, approvando all’unanimità una mozione particolare contro la nuova legge sull’editoria, che si tratta dell’ennesimo tentativo attuato dal regime partitocratrico per sopprimere il diritto dei cittadini all’informazione e alla conoscenza. Il regime partitocratrico, infatti, è potuto sopravvivere per tutti questi anni proprio perché è riuscito a garantirsi la negazione della libertà di informazione, attuata attraverso vari strumenti: dalla lottizzazione della RAI alla conservazione del duopolio televisivo, dai finanziamenti all’editoria a, appunto, l’obbligo di iscrizione all’ordine dei giornalisti, corporativo e neofascista.
Questa volta, però, hanno toccato uno strumento che poco si adatta ai goffi tentativi di controllo e censura. Internet, infatti, rappresenta in tutti i Paesi una tecnologia in grado di promuovere e sviluppare la libertà degli individui. I partiti, questa volta, si sono spinti in un territorio che comprendono poco, per limiti sia culturali che strutturali: hanno tentato di ingabbiare la libertà della rete, la libertà di scambiarsi liberamente informazioni in internet, di "manifestare liberamente il proprio pensiero" attraverso il più rapido, esteso, incontrollabile strumento di comunicazione mai avuto a disposizione dall’umanità. Si sono mossi male, come i dinosauri che si trovano a calpestare un territorio mai attraversato prima.
La reazione degli utenti della rete c’è stata e si è fatta sentire. Il sottosegretario all’editoria della Presidenza del Consiglio, Vannino Chiti, è stato costretto a precisare che l’obbligo di registrazione ricadrà soltanto sui siti di informazione che gioveranno dei finanziamenti statali. Ma come ha dichiarato il parlamentare europeo della Lista Bonino, Benedetto Della Vedova, "Agitando l'’osso’ dei contributi e dell'assistenzialismo pubblico, l'obiettivo chiaro è quello di assoggettare l'informazione on line alle stesse regole stataliste, anti liberali e corporative che già limitano fortemente la libertà di stampa sui supporti tradizionali".
Della Vedova ha già presentato una interrogazione ai Commissari Bolkenstein e Monti sollevando dubbi circa la compatibilità con la normativa comunitaria della nuova legge sulla editoria elettronica.
Che si creda o no all’interpretazione di Chiti, è opportuno che tutti gli utenti di internet si impegnino per l’abolizione di questa legge, e che questa battaglia di libertà, questa mobilitazione della rete, si inserisca all’interno della più generale lotta per la libertà dell’informazione in Italia, chiedendo l’abolizione dell’ordine dei giornalisti per l’informazione (on line e off line). Una cosa, infatti, la rete dovrebbe aver già insegnato a tutti: l’interdipendenza dei fenomeni. Non potrà mai esistere una rete libera in un Paese illiberale. Per salvaguardare la libertà della rete occorre rilanciare la decennale battaglia dei radicali per l’abolizione dell’ordine dei giornalisti, per la libertà e la legalità dell’informazione.
Gli utenti della rete, tutti coloro che credono nella libertà di stampa, nella necessità di un’informazione libera e rispondente al dettato costituzionale hanno uno strumento a disposizione: la scheda elettorale del 13 maggio.
Per garantire a sé e al Paese una pattuglia radicale nel prossimo Parlamento.
Diego Galli
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